Rassegna stampa
SETTE FINE – La prima indagine dell’ispettore Ravera
“Si sa quando inizia ma non quando finisce”, questa è l’espressione condensata, negli uffici di polizia, nella locuzione sette fine (o, per meglio dire: 7.00/Fine, ovvero dalle sette fino alla fine del servizio), da cui il romanzo prende titolo. L’ispettore Massimo Ravera ha appena preso servizio presso un piccolo commissariato di pubblica sicurezza, sull’altopiano carsico, vicinissimo a Trieste, quando comincia zelante la sua prima indagine, quella che si dipanerà in Sette Fine, romanzo d’esordio del triestino Andrea Ribezzi. Un’indagine dilatata geograficamente da Trieste, la città del commissariato ma anche luogo natio di Ravera, ai territori dell’ex Jugoslavia quali la Slovenia e la Croazia. Il momento è cruciale perché la vicenda è collocata nel 1994, in un periodo ancora scottante di guerre balcaniche, di lotte per l’indipendenza, di traffici illeciti che si riversano nella vicenda. Quella del protagonista è una carriera insolita, perché proviene da una decina d’anni di lavoro presso i vigili del fuoco e si ritrova catapultato in un commissariato che, come nella realtà, è fatto anche di relazioni umane e di burocrazie, di fascicoli e di delicati rapporti di precedenze che rendono molto più complicata la convivenza in un commissariato realistico e diverso da quelli romanzati e sbandierati nei film. L’autore si muove comunque con disinvoltura, anche in virtù del fatto che è lui stesso ispettore presso la Polizia di Trieste. Lo stile è abbastanza fluido (l’unico intervento che avrei suggerito è uno snellimento dei dialoghi o una sintesi di alcuni in discorso indiretto), i personaggi sono corposi e si rivelano soprattutto attraverso il parlato anche se non mancano importanti descrizioni, essenziali momenti paesaggistici che tradiscono l’amore dell’autore per la sua terra (e per le terre che vi si affacciano), mentre degne di nota sono le “schizzate” storiche disseminate per il testo, che catturano l’interesse del lettore senza scadere mai nella noia. Ma, sopra tutto, spicca lui, Massimo Ravera, il suo sguardo attento sulla vita, sui crimini, sulle donne, la sua ironia e la sua capacità di andare a fondo. La prima domanda che ci si pone è quanto dell’autore sia confluito nel personaggio letterario. Non son riuscita a non chiederglielo: «Sinceramente non saprei dare una risposta precisa. Qualcosa di me c’è di sicuro nel protagonista, ma ho rilevato anche tanti suoi aspetti della personalità che mi sono addirittura estranei. Mentre scrivevo, all’inizio, osservavo le scene del romanzo con gli occhi del protagonista, poi mi sono ritrovato, senza accorgermi, a vederne la prosecuzione con gli occhi del regista, quasi fosse un film.» Chiudi
Marilù Oliva, 28 agosto 2009
L’ispettore Ravera fra Carso triestino e Stella di Tarcento
Chi meglio di un poliziotto può raccontare il “decollo professionale” di un ispettore di polizia dall’anonimato d’un piccolo commissariato all’élite della Squadra mobile? Ci ha provato con scioltezza e cognizione di causa il sostituto commissario triestino Andrea Ribezzi nel romanzo d’esordio Sette fine (Ibiskos, 326 pagine, 12 euro) . Il successo delle operazioni di polizia giudiziaria del suo personaggio, l’ispettore Massimo Ravera, va di pari passo con i flirt che lo stesso riesce a inanellare con donne che incontra indagando: dall’avvenente collega croata all’amica barista e alla “tigre” del giornalismo di nera del quotidiano locale in cerca di scoop. Ribezzi sa scrivere e sa cosa scrivere; nel libro, infatti, gli intrighi che nascono e muoiono sono soltanto il condimento delle operazioni di polizia che, con successo, l’ispettore porta a termine non senza farsi nemici e suscitare invidie. La sua “prima indagine” (come recita il sottotitolo del libro, lasciando intendere che non si fermerà qui) parte in sordina dal “dimenticato” commissariato di Villa Opicina dove gli elementi di maggiore spicco della microcriminalità locale sono fino a quel momento qualche giovane ricettatore di motorini e alcuni spacciatori di piccolo calibro. Niente a che vedere con cocaina, armi, attentati, esplosivi e quant’altro l’ispettore scoprirà pian piano sull’asse Trieste-Pola-Milano, con ramificazioni che pescano nella Sacra Corona Unita. Siamo a metà Anni Novanta, la guerra dei Balcani è un ricordo e in Croazia i servizi segreti si stanno organizzando con spie e doppi giochi. E non mancano appunto le donne avvenenti, più o meno disponibili, i colleghi spioni o leccapiedi, i capi coi quali dover sempre discutere e lasciarli prendere le decisioni. Ma davvero forze dell’ordine, Procure, giornalismo investigativo e malavita sono così ricchi di intrecci pepati come li racconta Ribezzi? Anche se nel risvolto di copertina si cela la classica affermazione «che eventuali riferimenti a fatti e persone sono da considerarsi come assolutamente casuali», il libro narra in modo avvincente e veritiero i frenetici momenti che precedono le riunioni tra colleghi per fare il punto sulle indagini, i summit a tutte le ore in procura, la perenne “guerra” tra polizia e carabinieri per accaparrarsi le indagini. E poi gli appostamenti e i pedinamenti, con le limitazioni di un’epoca in cui i telefoni cellulari non erano patrimonio di tutti e quindi anche le indagini si vivevano meno “in diretta” di oggi. Per tutti, giornalisti compresi. Le accelerazioni di ritmo e i cambi di scena tengono incollati alle pagine, seppure nella sobrietà di storie ordinarie, almeno dal punto di vista delle difficoltà investigative. E l’ironia non manca nei personaggi. Trieste e l’altopiano carsico sono il cuore del libro. Anche se la madre del protagonista se n’è andata a vivere nella “lontana” Stella di Tarcento, è a Trieste che l’ispettore Ravera cerca e trova gli affetti che lo aiutano ad andare avanti da single qual è: in primis quel nonno sempre pronto ad aprirgli la porta e ad ascoltarlo dispensando semplici consigli. E ancora le donne, compresa quella che incontra nell’ultima scena, lasciando il lettore in sospeso. Chiudi
Guido Surza, 10 agosto 2009
Noir al porto per l’ispettore Ravera: riecco Ribezzi, lo scrittore-poliziotto
Trovarsi a scavare nel passato e nel presente d’un padre che non si ha mai amato è difficile anche per un poliziotto. Ce la farà, con molta fatica interiore e tante sorprese, l’ispettore Massimo Ravera, il triestino protagonista della seconda storia scritta da Andrea Ribezzi. Dopo il fortunato esordio del romanzo che narra le “avventure” dell’ispettore combattuto fra il Carso, il Friuli e la Croazia, il vero poliziotto triestino Ribezzi torna nelle librerie con Eredità blindate, che ci mostra un altro spaccato della Trieste porto di mare, stavolta nascondiglio anche di vecchi nazisti. Una città nella quale c’è spazio per i più biechi delatori e per delinquenti pronti come sempre a tutto. Anche a stupire prima di essere presi. Passato e presente si mescolano non soltanto nell’animo dell’ispettore, ma anche nelle storie che il sostituto commissario Ribezzi (oggi in pensione) snocciola una seconda volta. Ora sono storie un po’ meno intrigate, ma con il solito ritmo da investigatore 24 ore su 24 che sa trovare i giusti rifugi quando il momento lo richiede: sentimentali o no, sono angoli del proprio io che servono almeno a ricaricare le pile e consolarsi. Dopo Sette fine – La prima indagine dell’ispettore Ravera, finalista al premio di letteratura poliziesca Franco Fedeli 2009, Ribezzi continua nel solco di quel noir che ha inventato centinaia di investigatori in tutto il mondo. Un escamotage per raccontarci ancora una volta una bellissima Trieste, con i problemi di una criminalità non da incubo per una questura e una procura ancora una volta dipinte da Ribezzi con la consueta ironia di chi conosce bene certi corridoi e certe stanze. L’ambiguo modo di vivere del padre porterà l’ispettore Ravera a scoprire un passato impregnato di verità scomode, racconterà sotto un’altra luce la leggenda di quel sottomarino Molch che ancor’oggi i sub si affannano a cercare nella baia di Sistiana: uno spaccato della seconda guerra mondiale, sul quale Ribezzi sa costruire trame nascoste. E ancora casseforti che si aprono con chiavi e combinazioni misteriose, storie di amori e avventure. Scorre rapido e piacevole anche questo secondo romanzo, che pur avendo una fine (interessante) lascia sempre la porta aperta al nuovo che verrà. Ora che l’autore non si deve più perdere veramente nei meandri di commissariati e questure, c’è da credere che presto il suo ispettore Ravera tornerà a bussare in libreria. Sarebbe bello che qualcuno gli proponesse un trasferimento in Friuli. Chiudi
Guido Surza, 20 novembre 2010
Intrighi, indagini e tanti amori dell’ispettore Ravera
Ha tutte le intenzioni di essere un giallo seriale, quello di Andrea Ribezzi , classe 1959, ispettore di polizia a Trieste e autore di «Sette fine» (Ibiskos Editrice Risolo, pag. 326, euro 12) , che come recita il sottotitolo – la prima indagine dell’ispettore Ravera – promette un seguito. Il libro sarà presentato domani sera, alle 20.30, alla Stazione Rogers in Riva Grumula 12 a Trieste, da Tiziano Pizzamiglio, Erika Mattea Vida, Paolo Di Gregorio e Michela Cembran. Quello degli scrittori-poliziotti non è un filone nuovo. Joseph Wambaugh, John Wainwright o Jobson sono solo alcuni degli ufficiali americani e inglesi che negli anni ’70 hanno dato vita al genere. Ma è vero che in Italia è un settore piuttosto inedito, i cui autori hanno attecchito anche in Friuli. Andrea Ribezzi è uno di loro con una storia dal forte intreccio narrativo. Intorno al piccolo commissariato di Opicina – dove Ribezzi ha operato nella squadra mobile – si snodano trame parallele. La vicenda si svolge a metà degli anni ’90, nell’immediato periodo post bellico dei Balcani, quando, appunto «in Slovenia, come peraltro in Croazia, non esiste ancora una linea di demarcazione netta tra legalità ed illegalità». La squadra capitanata dall’ispettore Massimo Ravera segue le orme di alcuni spacciatori e corrieri italiani, sloveni e croati diramati in clan oltreconfine. Ma la cocaina ha le sue derive nella politica, nel terrorismo e nella mafia, aggiungendo nodi a una struttura piuttosto satura, sciolta infine con un onesto realismo. E infatti il punto è proprio questo. Dalla sua Ribezzi ha l’autorità in materia di procedure poliziesche (non sempre presente nelle detective stories) e la possibilità di poter ispirarsi a casi realmente accaduti, vissuti in prima persona, anche se la giusta dose di fiction li rende irriconoscibili. I personaggi – agenti, magistrati, dirigenti – vengono visti quasi esclusivamente nell’esercizio delle loro funzioni, senza troppi accenni alla loro vita privata. Ad esclusione del protagonista, dotato non solo di sensibilità («addirittura pende verso sinistra!»), ma anche di diverse debolezze, le donne per esempio. In «Sette fine» ce n’è per tutti i gusti, anche se un po’ troppo stereotipate sui canoni delle “rotondità” o del sex-appeal, e mai prive di malizia: bariste, giornaliste, agenti in gonnella, magistrati e funzionarie dell’Interpol, hanno tutte a che fare con l’ispettore ribelle, in un modo o nell’altro. La narrazione è incalzante, ma non in modo eccessivo e questo permette di entrare più in confidenza con alcuni protagonisti, non sempre caratterizzati in modo completo. Più che altro li vediamo crescere insieme alla storia. Avvince sicuramente Settimo, il nonno di Ravera, vero esempio di saggia leggerezza e stile nostrano, il più agile di tutti – nel dedalo di buoni e di cattivi – tra corruzione, tradimenti, gelosie, omosessualità, droga, armi e aspettative di giustizia e d’amore. Insomma un thriller investigativo e intrigato tra vie e quartieri tergestini, tra Pola e Zagabria e altre località del territorio, dove alla fine, vicino al trionfo della giustizia, non manca una punta d’ironia anche sul dongiovannismo. Chiudi
Mary B. Tolusso, 1/7/2009
Le “Eredità blindate” della Trieste in giallo
Vedi articolo Pietro Spirito, 26/5/2010
Andrea Ribezzi torna al giallo con la seconda indagine del suo pari grado, l’ispettore Ravera
Noir, giallo, thriller, poliziesco. Tra tutte le definizioni lui preferisce quest’ultima, che meglio rende l’idea di una storia intricata come sono le sue. Lui, l’autore, è un poliziotto vero che da un paio di anni ha deciso di fare lo scrittore; un filone questo dei poliziotti-scrittori avviato quarant’anni fa da ufficiali americani e inglesi, e che recentemente ci ha regalato anche a livello veneto e friulano alcune belle sorprese. Andrea Ribezzi, nato a Trieste cinquantun anni fa, è ispettore di polizia in questa città di confine – crocevia di culture ed etnie diverse – che lui ritiene la location ideale, dal “fascino schivo ed enigmatico”, per ambientarvi i suoi racconti polizieschi. Ha scritto due libri pubblicati con Ibiskos: nel 2009 Sette fine. La prima indagine dell’ispettore Ravera, finalista al Premio Franco Fedeli dello scorso anno, e adesso la seconda indagine dell’ispettore Ravera, Eredità blindate (€ 12). Anche questo secondo romanzo si sviluppa su una trama che diventa, man mano che l’indagine procede, sempre più complessa, con omicidi, stupri, ricatti, usura, spionaggio, traffici di droga e prostituzione, dove si intrecciano e si scontrano gli interessi della mala nostrana e di quella proveniente dai Balcani, l’attività della polizia e della magistratura, le manovre dei servizi segreti e degli ultrà neonazisti. Dentro questa storia c’è un po’ di tutto, ma soprattutto tanta fantasia insaporita con un pizzico di storia locale e sostenuta da una buona conoscenza dell’ambiente e delle azioni di polizia.
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Anna Renda, 18 giugno 2010
Le emblematiche vicende di un ispettore triestino
Un romanzo di Andrea Ribezzi introduce la figura di Massimo Ravera, ispettore di polizia alle prese – nella sua prima indagine – con un mondo affascinante, variegato, inquietante che valica i confini e le distinzioni etniche, in un intreccio nel quale il “bene” e il “male” si scontrano e si incontrano a ritmi serrati. Più che un romanzo poliziesco, lo si potrebbe definire un romanzo sulla Polizia, un ritratto tracciato con un taglio originale e uno stile “fresco”, coinvolgente. E sembrerà strano – un romanzo sul “fascino discreto (o indiscreto)” del lavoro del poliziotto, degli ambienti fisici e psicologici in cui questo lavoro si svolge, dei protagonisti e comprimari, non sempre distintamente divisi tra “buoni” e “cattivi”. E degli intrighi che fungono da sfondo a vicende già di per se inquietanti. SETTE FINE di Andrea Ribezzi (Ibiskos Editrice Risolo, pagg. 324 euro 12.00) ha un’altra caratteristica particolare: l’autore è, come il personaggio da lui creato, un ispettore di Polizia, e come il Massimo Ravera del libro, è nato e lavora a Trieste. Trieste, la città “italianissima”, storica icona irredentista, dall’incancellabile memoria asburgica. Trieste, che dette i natali a Italo Svevo, nom de plume di Ettore Schmitz, triestino doc di madre ebrea e padre tedesco. Trieste che affascinò James Joyce con la bellezza ariosa e vitale delle sue strade, delle sue birrerie, delle sue donne. Lontanissima dalla grazia soave e decadente della vicina Venezia. Una bellezza complessa, però, composita, contenente pulsioni anche violente. “Una doppia personalità”, scrive Andrea Ribezzi nelle prime pagine del suo romanzo. Segnata da quarant’anni di storia travagliata. “Era iniziato tutto negli ’20. La politica nazionalista dello Stato italiano e successivamente il fascismo di confine, avevano messo in atto, nel litorale adriatico da poco entrato a far parte del Regno d’Italia, una sistematica aggressione ai diritti delle popolazioni slovene e croate che era sfociata nel 1941 nell’occupazione militare della Jugoslavia. Nell’autunno del 1943 e per una anno e mezzo, Trieste aveva provato il tallone nazista e vissuto il momento più buio della sua storia. In quei mesi era stato allestito nella Risiera di San Sabba un campo di concentramento con crematorio, l’unico in Italia. Nell’immediato dopoguerra era seguita la feroce ritorsione jugoslava perpetrata nei quaranta giorni di occupazione militare. Infine per quasi un decennio, in concomitanza con lo scoppio della guerra fredda, c’era stata l’occupazione anglo americana che aveva stemperato le pretese espansionistiche di Tito e preparato le condizioni del ritorno di Trieste all’Italia”. E Ribezzi colloca la prima indagine dell’ispettore Ravera nel 1994, a pochi anni dalla fine delle guerre intestine che smembrarono la Jugoslavia in varie nazioni indipendenti, con un intreccio di polizie, servizi segreti, trafficanti, mafie (anche italiane) nel quale Ravera e i suoi colleghi – donne e uomini accorti e bene addestrati, ma non immuni dalle insidie dei sentimenti – devono per forza di cose fare i conti, perché la “antica vocazione mercantile” e cosmopolita di Trieste la porta ad essere al centro di quel Grande Gioco. L’ispettore Ravera, 32 anni, appena entrato in polizia dopo dieci anni nei vigili del fuoco, prende servizio nel commissariato di Villa Opicina, e subito si trova di fronte ai primi problemi sottoforma di rebus da risolvere: cominciando dal commissario, un napoletano incazzoso, cordiale, e spesso enigmatico, che è anche capo della Mobile e intrattiene rapporti discreti con strutture istituzionali “limitrofe”. Tutto nelle regole, ma le regole non sono solo quelle scritte, e l’ispettore deve imparare dai codici che nessuno si è sognato di insegnargli al corso di Polizia, ma che, dopo qualche sbandamento, intuisce e traduce correttamente, da triestino doc uso a ragionare senza badare troppo alle frontiere, gerarchiche e geografiche. E fa bene a sbrigarsi perché il Grande Gioco della sua indagine prende subito un ritmo incalzante, ondivago e molto pericoloso. Per i poliziotti triestini i colleghi sloveni e croati sono vicini di casa. Ci si telefona – soprattutto con i cellulari, grandi attori di queste vicende- e ci si incontra, anche solo per un bicchiere di grappa o di slivovitz. E per scambiarsi delle informazioni, magari false. Tra colleghi… e anche tra colleghi e colleghe, sempre con la stessa giusta dose di fiducia-sfiducia. Un romanzo sulla Polizia? Forse sarebbe più giusto dire una storia di “azione filosofica”, o di “filosofia dinamica”, che ha un poliziotto come figura emblematica di una professione che nella difesa della legalità presenta spesso interrogativi, sorprese e risvolti drammatici. Comunque, Andrea Ribezzi con questa “prima indagine” del suo ispettore si rivela un scrittore perfettamente in grado di manovrare e dominare eventi e personaggi. E, ovviamente, attendiamo la “seconda indagine” e le altre a seguire. Chiudi
Paolo Pozzesi, Settembre 2009
Per l’ispettore triestino un’indagine con ritratto di famiglia
Nel secondo romanzo di Andrea Ribezzi – finalista al Premio Franco Fedeli – ritorna l’ispettore Massimo Ravera, condotto a seguire una pista che lo porta ad affrontare enigmi e a porsi interrogativi che, per alcuni aspetti, lo coinvolgono in prima persona. “Gennaio 1995. Erano gli ultimi del mese, i giorni della merla, solitamente i più freddi dell’anno, ma per una bizzarria meteorologica a Trieste il clima era mite”. Così ha inizio il prologo del nuovo romanzo di Andrea Ribezzi (“Eredità blindate – L’ispettore Ravera indaga”, Ibiskos Editrice Risolo, pagg. 248, € 12,00), vigoroso e vivace come quello che l’ha preceduto.. Massimo Ravera è tornato a casa interrompendo una vacanza – insieme a un’amica romana quasi fidanzata – per assiste al funerale del padre. Al cimitero, come su un palcoscenico elisabettiano, sono schierati i comprimari delle vicende dell’ispettore: il nonno Settimo, la madre Luisa, i colleghi del commissariato di Opicina, compresi il sempre incazzato commissario Liguori – che ad aggravare le cose è anche capo della Mobile -, e la dolce e disponibile, non solo professionalmente, Valentina Triani. E poi la giornalista d’assalto Stefania Piani, che ha lasciato impronte infuocate nelle pagine di “Settimo Fine – La prima indagine dell’ispettore Ravera”. E persino il questore. In realtà pochi tra i presenti conoscevano il defunto Luciano Ravera, stroncato da un infarto in una sala giochi, e chi lo conosceva sa che era un personaggio da prendere con le molle. E lo sa anche il figlio Massimo, el sbiro, che dovrà andare molto in fondo per ricostruire una trama che ha le sue origini in avvenimenti di mezzo secolo prima. Come nel primo romanzo di Andrea Ribezzi, la protagonista sullo sfondo è sempre lei, Trieste, la bella dallo sguardo azzurro del mare, la città che accoglie per antica vocazione la mescolanza degli idiomi e delle passioni, del bene e del male sublimati in forme sempre diverse. E Massimo Ravera – come il suo creatore Ribezzi – è un poliziotto triestino doc, che della sua città sa tutto, e ogni giorno scopre nuove sfumature.L’indagine di Ravera parte, come spesso accade, alla cieca, sulla base di sospetti ai quali sembra difficile dare una direzione precisa. E poi, non è piuttosto anomalo che un ispettore indaghi su fatti nei quali in qualche modo è implicato il padre, sia pure morto? Probabilmente sì, ma dietro le quinte si muovono personaggi anonimi (i Servizi, ma non solo i Servizi) che sono in grado di guidare le mosse del solito Liguori, e anche del questore. Ravera lo sa, e ci si arrovella, parando come può i colpi del “fuoco amico”, e cercando – e a volte trovando – l’appoggio del magistrato Silvana Melfi. “Era un giovane magistrato al primo incarico come Sostituto Procuratore. Alta, magrissima, capelli castani lunghi oltre le spalle, occhi scuri, aveva un carattere forte che spesso si esprimeva con un atteggiamento molto deciso, quasi altezzoso, specie verso gli uomini”. Per il resto, ordinaria amministrazione. “Signori, si ricomincia!”, annuncia Ravera ai suoi colleghi e colleghe tornando al commissariato di Opicina, E si ricomincia con il cadavere di una giovane donna trovata, seminuda, sulla landa carsica. Priva di documenti ma “probabilmente di nazionalità est-europea”. Traduzione: clandestina, e prostituta. Quanto alla nazionalità, serba, croata o slovena. Infatti di serbi, maschi e femmine, ne spuntano altri, vittime e carnefici, insieme a balordi locali, strozzini, e qualche fantasma di un fosco passato. Riemergono le tracce dei collaborazionisti dei nazisti negli anni in cui, dal 1943 al 1945, Trieste e la Venezia Giulia faceva parte dell’OZAK, la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico annessa al Terzo Reich. E delle formazioni neofasciste dei primi anni ’50, nelle quali militava anche Luciano Ravera. “Luciano partecipò insieme ai fratelli Sciortino e ad altri consimili alle manifestazioni di novembre del ’53 nelle quali ci scapparono dei morti e dietro alle quali in molti pensarono che ci fossero i neofascisti finanziati dai servizi segreti italiani”. E’ il racconto del nonno Settimo al nipote, che in questa inchiesta deve affrontare fra le varie gogne, quella degli affetti famigliari. E non è tutto, perché, tra un morto ammazzato e l’altro, la trama si infittisce, vengono alla luce i crimini della caccia agli ebrei accompagnata dalla sistematica spoliazione dei deportati, e nella vicenda si inserisce un inatteso “mistero del tesoro sommerso”. Mentre l’ispettore Ravera sente che a ogni passo che fa c’è qualcuno che gli taglia l’erba sotto i piedi. Che fare? La tentazione di mollare è forte, ma lo è ancora di più la tenacia di Massimo Ravera. O piuttosto il suo concetto del dovere e della giustizia. E l’ispettore con l’aiuto dei suoi riesce a sbrogliare la matassa, a trovare le risposte giuste, e offre a chi la vuole una soluzione parecchio imbarazzante. E chiede di riprendere le ferie che ha dovuto interrompere. “Mi serviranno per fare, è proprio il caso di dirlo, il punto nave sul mio ruolo in questo carrozzone e soprattutto sul rapporto con…mio padre”. Quello e altro. Compreso un “rapporto” che prevediamo avrà interessanti sviluppi nella prossima indagine. Perché le difficoltà e i problemi fanno parte integrante del Dna del nostro perennemente inquieto ispettore. Chiudi
Paolo Pozzesi, Luglio 2010
Dalla pistola alla penna
Il titolo è già un mistero: “Sette fine”, ma dal sottotitolo: “La prima indagine dell’ispettore Ravera” si intuisce l’inizio di una saga avvincente. Ma chi si nasconde dietro all’ “autoctono” protagonista del poliziesco che edito da Ibiskos, sarà presentato venerdì alle 18 alla libreria Friuli di Udine? Uno scrittore d’eccezione: un poliziotto vero. Il sostituto commissario in servizio presso il Commissariato di Sistiana (Trieste) Andrea Ribezzi, infatti, ha deciso che, per quanto lo riguarda, d’ora in avanti la brutta cronaca verrà soltanto dalla sua immaginazione. “Sono da sempre un lettore appassionato del genere noir – spiega Ribezzi – prediligendo la letteratura anglosassone: George Higgins o Ken Follet. Con tutto il rispetto per gli autori italiani, ma qui manca la consistenza della storia poliziesca”. Eppure dai maestri americani Chandler, Hammet, agli anglosassoni, le storie sono sempre “corali”, mai strettamente poliziesche e considerano aspetti psicologici, sentimentali, sessuali e culturali. “E questo è il loro pregio – continua l’ispettore – la consistenza di cui parlavo, invece, è la cultura del poliziotto che in Italia e nei paesi latini manca completamente. Nei popoli protestanti, infatti, la coscienza è come una piccola guardia pronta a redarguire; per i cattolici non serve, c’è il perdono che mette al riparo da tutto, o la provvidenza. E questo si riflette nella letteratura. Le storie italiane poi, sono individualistiche, concentrate su un superpoliziotto al centro del mondo. Non c’è mai il senso degli altri, “la polizia”, come in Inghilterra c’è Scotland Yard. Ma visto che per la cultura italiana non può essere altrimenti, allora ho inventato il mio Ravera”. Un giallo scritto da un poliziotto è una vera tentazione per gli amanti del genere. Ma cosa trovano di più, o di diverso rispetto agli autori consueti? Secondo Ribezzi la realistica descrizione degli dell’ambiente di lavoro, i rapporti gerarchici, la burocrazia e i procedimenti di indagine; realtà che ad un osservatore esterno, per quanto attento, sfuggono completamente. “Naturalmente – spiega l’autore – nei romanzi le indagini sono facilitate dalle continue e fortunate coincidenze, cosa che non avviene mai nella realtà. La mia indagine, dunque, potrà sembrare forse più monotona, ma sicuramente verosimile. L’unico rischio è dare per scontate cose che la gente non può conoscere, ma il mio sforzo a non pensare a un pubblico di addetti ai lavori è costante”. Quello di Ribezzi è un giallo di frontiera, dove la storia è legata a doppia mandata alla città di Trieste con le sue specificità: il confine, lo spirito mercantile spregiudicato, la multietnicità, il mare, il Carso, la bora. E sono proprio queste unicità che concorrono alla soluzione del caso. Ma in che misura le storie vere ispirano Ribezzi? “Avendo lavorato nella squadra mobile in anni in cui si interveniva un po’ dappertutto – continua – droga, omicidi, furti, traffico d’armi, ho una fonte inesauribile di elementi. Ma li uso come spunto, non mi sento pronto, infatti, né sufficientemente obiettivo, per romanzare una storia vera e di cui sono stato testimone”. La domanda, alla fine, nasce spontanea. Com’è venuto in mente ad un poliziotto di mettersi a scrivere? “A cinquan’anni – conclude Ribezzi – mi sono fatto delle domande. Tra le poche risposte che sono riuscito a darmi, era quella che volevo scrivere”. Chiudi
Lucia Burello, 2 dicembre 2009
SETTE FINE: La prima indagine dell’ispettore Ravera
Andrea Ribezzi è un bravo ispettore di polizia triestino con la passione per la storia e la scrittura. “Sette Fine” è il suo primo, davvero ben riuscito, romanzo, nel quale ha saputo coniugare la complessità d’intreccio, la caratterizzazione attenta dei personaggi e del protagonista, l’intrigo internazionale, il realismo e il ritmo incalzante, che rendono godibile un romanzo giallo. L’intrigo internazionale sul quale si sviluppa il romanzo è inframmezzato da interessanti cenni storici sulla storia recente e belle descrizioni di Trieste, dell’Istria e del Friuli nei quali si intuisce il profondo amore dell’autore per la sua terra. Lettura piacevole, che come si confà a un “poliziesco” tiene incollato il lettore dall’inizio alla fine, il libro svela la “buona penna” di Ribezzi che ha saputo mettere a frutto, romanzandoli, i tanti anni di esperienza maturati all’interno prima della squadra mobile di Trieste e poi in un commissariato della provincia. Ricco di passaggi ironici e divertenti, “Sette Fine” mette anche indirettamente a nudo alcune delle difficoltà quotidiane con le quali hanno a che fare quotidianamente le nostre forze dell’ordine Buon esordio questa “Prima indagine dell’ispettore Ravera”, al quale farà, per fortuna, presto seguito un secondo romanzo che Ribezzi sta già scrivendo Chiudi
Carlo Tommaso Parmegiani, ottobre 2009




Dopo alcune ore la nave giunse a Goli Otok, un atollo privo di vegetazione poco distante dall'isola di Rab.
L'imbarcazione attraccò al molo e subito dopo scesero nella stiva degli uomini dall'aspetto animalesco.
Avevano i capelli rasati a zero e la pelle color grigio scuro. Indossavano casacche e pantaloni luridi e portavano sul capo una bustina militare.
Sembravano affetti da qualche grave malattia e i loro sguardi sprizzavano un odio dilatato.
Fecero alzare i prigionieri e prima di farli salire in coperta li picchiarono selvaggiamente a uno a uno...